SIAMO NOI, SIAMO IN TANTI
Racconti dal carcere
a cura di Antonella Bolelli Ferrera
Autori: vari
Data di uscita: 29 Maggio 2012
Prezzo: 10€
Casa Editrice: RaiEri
Pagine: 334
20 racconti, il meglio dei molti, moltissimi in concorso al premio letterario Goliarda
Sapienza “Racconti dal carcere”, edizione 2011-2012.
Non è stato facile scegliere. Soprattutto, non è stato facile escludere. Ogni storia
trasuda sentimento, che può essere di sofferenza, di rabbia, di speranza. Magari
chi scrive non è italiano o è poco più che analfabeta, ma come decidere di non premiare
chi ha saputo trasmettere ugualmente un’emozione? Oppure è – senza ammetterlo –
un fuorilegge convinto e racconta con aria sfrontata episodi di quel suo mondo fuori
e dentro le mura del carcere con l’intento di stupire. E vi riesce. Come non riconoscergli
che con la penna in mano ha raggiunto l’obiettivo? Magari, il primo della sua vita.
Alcuni racconti sono accompagnati da una lettera che per l’intensità delle parole
meriterebbe di far parte del racconto stesso. Altri sono scritti come un soggetto
cinematografico, scena per scena, cadenzando sapientemente le ore, i giorni, i mesi,
gli anni che trascorrono senza fine. In qualche caso per davvero, perché il fine
pena è “mai”.
C’è spesso rabbia, espressa senza mezzi termini, verso un sistema che fatica a dare
un senso a quella rieducazione del condannato – o del dannato, come scrive uno di
loro – enunciata dall’articolo 27 della Costituzione.
Questi 20 racconti ci catapultano nel mondo carcerario, calandoci dentro a storie
personali che a tratti sembrano volerci convincere del perché di scelte di vita
scellerate perpetrate all’infinito, ma si scopre che chi ha potuto avvicinarsi alla
lettura, ha maturato con il tempo una maggiore sensibilità e, conseguentemente,
la consapevolezza dei propri errori. Il circolo virtuoso lettura-scrittura-riflessione,
si sa, porta spesso buoni frutti. Sono gli stessi detenuti a scriverlo e a darne
merito alle persone che li hanno condotti per mano nel fantastico viaggio dell’apprendimento
e della conoscenza. Si tratta, il più delle volte, di educatori e volontari che
dedicano molto tempo della loro vita a queste vite rinchiuse, sospese.
L’obiettivo del premio letterario Goliarda Sapienza è di dare un piccolo contributo
in tale direzione.
La scelta di abbinare ogni racconto a un affermato rappresentante del mondo culturale
e dell’informazione, consente di imprimere una forma più compiuta al testo, pur
nel rispetto della sua originalità, e di introdurlo attraverso un commento sicuramente
stimolante per l’autore che ne è il destinatario.
SIAMO NOI, SIAMO IN TANTI
Racconti dal carcere
In rosso sono segnalati i vincitori del Premio letterario Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”
Rai Eri Viale Mazzini, 14 - 00195 Roma/ Tutti i diritti riservati
Borderline
di Francesco Fusano
1° classificato Premio letterario Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”
Il disturbo della personalità borderline è caratterizzato da una forma pervasiva
di instabilità dell’immagine di sé, delle relazioni interpersonali e dei rumori.
Una consistente e marcata turba dell’identità è pressoché continua, spesso pervasiva
……………………..
Nevrosi depressiva, depressione maggiore e psicosi reattiva breve figurano tra le
complicanze di questo disturbo………………………………
Ho atteso circa 23 mesi per questa diagnosi e ora cosa me ne faccio?
……………………………….. conservo gelosamente il ricordo di Francesco tra i 21 e i 27 anni,
un ragazzo non troppo alto, 1,68 m per 73 kg; nessun accenno di pancetta o maniglie,
occhi grigi, fotocromatici, che spaziano nell’iridescenza tra il verde più intenso
dello smeraldo e il blu profondo dello zaffiro. Lisci, lunghi capelli biondi ad
avvolgermi il viso, che se non educati diventano ricci ribelli, fili d’oro; ne andavo
fiero come un leone della sua criniera. ……………………………….
In camera espongo orgoglioso le foto di un “fu Francesco”. ……………………………….Io, alieno
e alienato, non ho progetti, tranne uno, procurarmi soldi e droga: io eroe della
mia eroina e così assetato di coca.………………………………………
La macchina della giustizia è lenta, la clessidra è ostruita e il tempo si dilata
come le mie pupille. Mi stringo al muro, questo giaciglio improvvisato in una cella
di sicurezza, panchina di cemento, una coperta e il mio mal di vivere che mi sussurra
all'orecchio: “Ucciditi! Ucciditi!”.…………………………………………………
II medico di guardia mi rifila 2 Tavor sottobanco, preferisce che sia il dottore
del Sert a sbrigare la mia pratica, sono troppo impegnativo! …………………………
Il dottore del Sert è un uomo sulla quarantina, un metro e 80-85 per 90 kg, lo sto
pesando mentre dentro di me l’astinenza si fa sempre più prepotente. Cerco di scorgere
fra le sue parole una formula d’assoluzione, ma ricevo solo ammonizioni per le torture
cui sottopongo il mio corpo.
Trattiamo. II tossico che è in me ha la meglio. Sono addestrato. Concordiamo di
cominciare con 40 mg di metadone. Nelle 72 ore successive arriverò a estorcergli
80 mg. Tuttavia, nulla di ciò che dirò insinuerà in lui il sospetto che l’unico
obiettivo è: “non esserci”. ……………………………………………………
Il vice capoposto soprannominato “faccia di merda”, come lo sbirro del film C’era
una volta in America, con poche parole e a denti stretti, mi comunica che si è liberato
un posto. Tutti italiani. Il posto in questione è quello al suolo, nessuna branda
solo un materasso.
Non batto ciglio, il “sostitutivo” controlla l’equalizzatore audio e le funzioni
video del mio corpo……………………
Preparo le mie cose, abiti che da anni mi accompagnano nelle galere, fieri di aver
conosciuto i confini di Rebibbia, poveri ma dignitosi. Solo io ho smarrito dignità
e orgoglio.…………………………………………………
Destinazione 3° sezione: tossic-park! Cella: 314. Abitanti: due catanesi ultracinquantenni
che mi squadrano dalla testa ai piedi. Nell’arco delle successive dodici ore hanno
provato, senza risultato alcuno, a impressionarmi. In 12 minuti li ho resi ipocondriaci,
non gli importa che abbia bicchiere e posate segnate, per loro sono un appestato,
un lebbroso: ho l’epatite C. …………………………………………………
Mi sono concesso un’unica uscita ai passeggi, non mi vanno queste facce gialle. Forse voglio solo
nascondere la mia. Sono l’incarnazione dell’atroce sofferenza che mi autoinfliggo, peso 53 kg, se mi
cogliesse di sorpresa una folata di vento, mi trascinerebbe come una foglia secca.
E poi, devo stare attento a Loro, non vogliono che io esca dalla cella. Lì fuori
ci sono demoni, tenebrosi mostri che altro non aspettano: uccidermi. …………………………………………………
Dal 3° reparto al 2°, sì, certo! Viene naturale pensare che siano vicini, si succedono
numericamente, ma qui non esiste logica, nessuna scienza. Ci separano. Restiamo
in due. Carichi come muli, percorriamo metri, 600 circa, scale, corridoi, e ancora
scale. L’ascensore, no! È solo per gli agenti. Arriviamo a destinazione. Per me
la suite n° 4, per l’altro la 24. All’ingresso nella cella mi percuote un odore
pungente, olio bruciato, puzzo di fritto stagnante. Il disordine regna sovrano,
ma sono addestrato. ………………………………………………………
Mi sono stabilito, ho piantato i picchetti, non mi muovo. Non esco mai dalla cella, se
non per la doccia e il metadone. È la mia protesta, grido al mondo il mio non esistere, eppure respiro,
mangio, cago. Sono morto dentro e con ostinazione, quella stessa morte interiore cerco di trasferirla
anche al corpo, ma a chi posso raccontarlo? Chi mi capirebbe? Piango e mi dimeno
nel sonno. Grido al risveglio. Resto immobile, non respiro. Ci vogliono dai 20 ai
35 minuti per convincermi che i lamenti e le voci, le mani sporche di fango che
vogliono tirarmi a loro, sono solo frutto dell’immaginazione. …………………………………………………………
La mia attenzione è richiamata da un individuo che indossa uno strano costume. Conosce
il mio cognome, il mio nome, il mio segno zodiacale, mi ha persino beccato segarmi
nel cesso. Io, di lui, non so niente! Questo è il carcere: ti spoglia, ti priva
dei tuoi più intimi pudori, ti rende un insieme di lettere e numeri, e a ricordare
che anche tu “sei esistito”, una foto su un cartoncino resta l’unica testimonianza.
Scandisce il mio cognome, mi guarda ammonendo la mia mole. Ho sostituito l’abuso
di droghe con eccessi d’alimenti. Devasto il fegato con una media di trenta uova
ogni cinque giorni, chiaramente le assumo a orari precisi, solo di notte, tra e
due e le tre.………………..
Ad attendermi nell’ufficio, una donna. …………………………………………… Capelli
lunghi. Seppur seduta, intuisco che le arrivano sino alle anche. Neri, di un nero
che ricorda la notte. ………………………………………………………… “Sono venuta per guardare in faccia
chi è tanto coraggioso e incosciente da autodenunciarsi”. ……………………………………………………………………………..
Suppongo sia una professionista, preparata a menti confuse, sconvolte, ai folli!
………………………………………………………… Io, la nota errata, tutte le settimane siedo di fronte al
desiderio d’ogni ragazzo e uomo che sospiri tra queste mura, la dottoressa Taccolgo.
Luis, il mio compagno di cella, mi prende in giro, quando nell’attesa mi cambio
d’abito in continuazione. Ricerco accostamenti di tonalità che facciano risaltare
quel poco di grazioso che di me resta. È per Lei che lo faccio. ……………………………… Le
settimane scorrono, ora mi sento fortunato. …………………………………………………………